Asparetto

La
bottega-scuola del Cavaliere del lavoro Giuseppe Merlin ad Asparetto
di
Verona, verso il 1929
La storia dell'artigianato
veronese del legno mostra antenati illustri in città (le tarsie di Fra Giovanni
da Verona in S.Anastasia ne sono l'esempio più prestigioso) ma si sviluppa nella provincia per volontà e estro
creativo e Genio di Giuseppe Merlin. Guardando la cartina si nota che tutti i
paesi dove si è sviluppato l'artigianato del mobile sono contenuti in un
immaginario triangolo che ha al suo vertice la Città di Verona e all'estremità
della base i comuni di Cerea e Sanguinetto e ha il suo cuore in Asparetto.
Il capostipite dei mobilieri veronesi è considerato Giuseppe Merlin, nato nel 1881 ad Asparetto, il quale nei primi anni Venti inventò la «bottega-scuola artigiana, prima di restauro, poi di costruzione del mobile da cui nacque l'intera zona del mobile d'arte veronese. Abilissimo falegname e di grande fiuto imprenditoriale, Merlin divenne grande grazie all’insegnamento che avava impartito a tantio giovani che aprirono a loro volta bottega e poterono straordinariamente svilupparsi di tantissime aziende artigiane negli anni che vanno dal 1950 ai nostri giorni.
Asparetto
sorge , su varie “ isole polesele“ emergenti dai rami paleoalvei del Fiume Menago. Si
raggiunge seguendo la strada provinciale per Verona. Ha una parrocchia autonoma
e la chiesa dedicata a San Nicolò fu eretta attorno l’anno 1532. Il paese conta
circa 1.800 abitanti e vanta i natali del Cavaliere del Lavoro Giuseppe Merlin, (1881 1964) l’ideatore dell’artigianato del mobile
antico che, verso la metà degli anni Venti, creò un laboratorio e una scuola sostenuta dal ministero del
lavoro e dell’istruzione per la formazione di artigiani, poi divenuti abili capi
bottega di marangoni per la produzione del mobile d’arte. In questa “bottega-
scuola” si formarono molti artigiani del paese e dei centri vicini e nel
dopoguerra l’attività del mobile si è sviluppata sempre più, coinvolgendo la
maggior parte degli abitanti del paese. L’attività del mobile d’arte poertata
avanti da numerosi allivi dei Maestri d’arte Vasco e Remo Merlin, figli del
capostipite “ Bepo Marco” hanno dato
l’inizio e hanno proseguito nell’attività di divulgazione dell a cultura
del mobile d’arte fino ai nostri giorni con L’Architetto Giuseppe Merlin Junior. Lo sviluppo
della manifattura del mobile d’arte, è
un’attività che ebbe inizio fin dalla metà degli anni Venti
Asparetto.
Giuseppe Merlin, senior si mise a restaurare mobili antichi per
tutto il patriziato Veneto Mantovano. La bravura accompagnata dalla scuola –
bottega consentì che un seguito di
allievi si occupasse sotto la direzione dei Maestri Vasco e Remo di “aggiustare”
mobili antichi o semplicemente vecchi, che talmente cattive ne erano le
condizioni, che di fatto richiedevano la ricostruzione quasi totale del
mobile.
L’abilità acquisita nel riprodurre fedelmente mobili delle varie
epoche, portarono ben presto a trasformare la bottega - scuola in vera e propria attività
mercantile e concorrenziale per il restauro di mobili d’arte in quella di
costruzione di mobili d’arte, spesso utilizzando per questi legnami d’epoca
recuperati da altri mobili
sottratti al disfacimento. Il favore che questi mobili incontrarono sul mercato,
dapprima veronese poi ampliando sempre più la propria fama in Italia e nel
mondo, fu tale che il paese divenne centro di una zona, estesa a numerosi paesi
della pianura veronese, di una fiorente attività economica legata alla
produzione di mobili e antiquario a partire dal secondo
dopoguerra.
E' proprio la cultura della scuola - artigiana Asparetese a rendere le aziende così attenti e costantemente alla ricerca dello sviluppo del gusto. Anche per le imprese di maggiori dimensioni, curano il rapporto diretto con i bisogni e le indicazioni della sofisticata clientela.
Gusto e ricerca sono perseguite giorno per giorno in ogni bottega specialmente quelle che producono con più originalità e a mano.
La vendita diretta, le Fiere del settore, il contatto
con operatori di tutto il mondo sono altrettanti modi per rendere l'azienda
sempre in linea con l'evoluzione dei gusti del pubblico
Il legno é il valore che accomuna tutti i
produttori del mobile d’arte ed è
testimonianza dell’amore con cui si rispettava l’antico e vasto Bosco che
copriva le ampie valli del Menago fin dall’antichità.
Il
simbolo di Asparetto infatti è
l’Olmo, nel centro del Paese dopo il Mulino - Castello a tre ruote (citato anche
da Bresciani) infatti un gigantesco olmo ultrasecolare dominava il centro della
piazza di Asparetto dove si trova la chiesa, il teatro, l’ostria, la casa della
gioventù le botteghe, i negozi.
L’Olmo
plurisecolare dava ospitalità ai compaesani e anche al “scarparo” ma andò
bruciato nel 1925. Ancora vivo, per tutti, è il ricordo di quel grande olmo, e
per meglio ricordarla si è voluto dare il nome ad una trattoria e al locale coro
“Le voci de l’Olmo”.
L’amministrazione
comunale ha voluto rinsaldare questo vecchio simbolo , nella sistemazione del
centro urbano, ha riposizionato l’olmo al centro della
piazza.
Manifestazioni
Proloco e
Associazioni promuovono in paese numerose manifestazioni,
ricordiamo:
Biennale Asparetto (VR): Olmo d'Oro di scultura e pittura a cura di Arte Aspereta
Premio Olmo d'Oro,
Albo dei premiati:
1986 Francesco Bertolini bertocesco@bertocesco.it
6
gennaio: Buriolo, Pira di fascine
da bruciare per propiziare il nuovo anno.
Fine
maggio: rassegna corale il “Coro
dell’Olmo”
Terza
domenica di ottobre:
sagra
tradizionale dell’anitra con stand gastronomico.
Piatto
tradizionanele: risotto con el tastasal o con l’anara / anara arosto
Vin
:Torbolin
Le Ville a est di
Asparetto
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Villa
Dionisi Villa Catarinetti Franco -
Bertelè
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Data di inizio: |
16/11/2003 |
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Data di chiusura: |
04/04/2004 |
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Manifestazione: |
IL TEATRO |
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Titolo: |
IL TEATRO |
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Comune: |
ASPARETTO |
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Luogo: |
teatro comunale |
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Orario: |
16.00 |
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Descrizione: |
Rassegna domenicale per famiglie nei teatri di
Asparetto
, Legnago, Minerbe e Villa Bartolomea. Per dettagli vedi in
manifestazioni. |
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Chi organizza: |
Teatro Asparetto Prevendite Gastronomia Alice Asparetto Biglietti: adulti 5 euro; bambini 3
euro. |
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Telefono: |
0442 83154 |
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Giovedì 29 Novembre 2001
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CEREA. Ampliato il cartellone della stagione di Asparetto |
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A teatro si va da spettatori ma anche per imparare |
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In programma tre incontri sulla storia e sul ruolo degli attori |
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Da l' ARENA di
Martedì 3 Giugno 2003
Asparetto.
Per Angelo
Morini il 2 giugno è una data doppiamente storica, visto che durante la guerra
che portò alla sconfitta nazifascista ed alla nascita della Repubblica lui
rischiò la vita spesso: a Cefalonia, dove scampò all’eccidio fatto dai tedeschi;
in un campo di concentramento; in una fabbrica della Germania. Oggi il reduce
della divisione «Acqui» soffre d’insonnia È morto molte volte. E le racconta
Asparetto.
Come si sta
con un mitra puntato sulla pancia un secondo prima dello sparo? Su una zattera
stipata da prigionieri e pesanti animali? Come si fa ad avanzare strisciando per
la strada con un fisico debilitato di soli 34 chili o a sopravvivere in una
tradotta tra corpi schiacciati e asfissiati dagli escrementi? Ha vissuto e può
raccontare tutto questo il fante Angelo Morini, classe 1921: «Sono morto più
d'una volta, ma grazie al cielo sono uscito dall'inferno della guerra». Partito
nel gennaio 1940 a 19 anni, fu destinato al 18° Fanteria della divisione
«Acqui», che fu annientata a Cefalonia. Nella caserma «Cassino» di Merano,
svuotata dai soldati trasferiti in Grecia, Morini fu accanto in quel periodo ai
commilitoni veronesi Antonio De Guidi, Giuseppe Lanza-Ferrarini ( milite
ignoto medaglia al d’oro al valor
militare morto in Danziaca (Via Adolfo Hitler) negli ultimi giorni di
combattimenti tra russi avanzanti e tedesci con i prigionieri a difendersi di
Asparetto, Giovanni Guandalini di
Raldon e Zeno Turrini di Cadeglioppi, ancora oggi vivi, e Pietro Montagnoli di
Casaleone, morto qualche tempo fa. Dopo l’8 settembre, mentre l'ordine fu di
cedere le armi ai tedeschi, vari capi militari italiani scelsero lo scontro
sapendo del vantaggio di essere più numerosi sull' isola. Ma non avevano
calcolato che le armi favorivano i nemici e che, dice Morini, «bastò un solo
caccia tedesco per fare una strage». I dati storici sono tremendi: 9mila 640
soldati perirono sul campo ed oggi sono ricordati come i martiri di Cefalonia e
Corfù. Morini e l'amico Montagnoli si calarono giù dalle colline di uliveti, ma
poi si consegnarono perché non c'era più nulla da fare. «Mi sfilarono
l'orologio. Ma silenzio: guai reagire. Il nostro capitano fu freddato con un
colpo alla tempia, mentre io e il mio compagno ci salutammo piangendo. Invece,
non so ancora come, ci risparmiarono buttandoci in una fossa dove stavano altri,
pronti per la fucilazione dell’indomani. Un altro contrordine ci evitò la fine,
ed allora fummo condotti ad un piccolo porto e messi su una stretta zattera per
l'Albania. Riuscirono a malapena a farci stare, un centinaio di prigionieri
insieme ai muli, rompendo spesso col calcio del fucile gambe e braccia di molti
che non entravano».
I due amici veronesi si divisero allorquando il fante
Angelo fu portato in una tenda d'infermeria perché colto da febbre malarica: lì
finalmente portò alla bocca un po' di cibo dopo tanto tempo. Seguirono dodici
giorni in una tradotta verso un campo di concentramento della Germania, di cui
non ricorda il nome, attraversando parte dell'Est Europa. Nel lager si lavorava
e si mangiava un po' di pane di segale e scorze di patate trovate
nell'immondizia. «Siamo nell'ottobre 1943- prosegue Morini-. Gli ufficiali
vennero uccisi, mentre ai soldati si fece scegliere se arruolarsi in guerra
accanto ai tedeschi oppure se consumarsi nei lavori forzati del campo». Morini
preferì il lavoro e finì in fonderia, dove si costruivano ruote di carro armato.
Dopo sei mesi arrivò ad un peso di 34 chili e cominciò a muoversi strisciando,
incapace di reggersi. Due lettere divisero quelli da mandare allo sterminio e
gli altri ai lavori in campagna. Pur scheletro vivente, ancora una volta Morini
fu risparmiato e inviato ad una famiglia della Baviera. Abitava nel paese di
Cornau, sotto la città di Osnabruck. Prima di lavorare, il soldato dovette
essere rifocillato e curato, dato il suo fisico fortemente debilitato.
«Il
vecchio della casa inizialmente vedeva la mia debolezza e quasi non credeva nel
mio recupero, ma insistetti nella promessa che, una volta ripreso, avrei
lavorato tanto per essergli grato. Così accettò. Dopo un anno e mezzo da fedele
lavoratore, non voleva più lasciarmi andare». Il suo nome all'incirca era
Wilhelm Logoman, ma oggi Morini giura che non vuol più saperne di quella
Germania che gli ha fatto passare lunghi terribili incubi. Un ultimo episodio
fece rischiare la morte al prigioniero italiano. Nell'ispezione delle bestie in
campagna con la padrona, i due incapparono in una coppia di soldati tedeschi
inferociti. Uno schiacciò il mitra nella pancia di Morini, ma la donna scoppiò
in pianto, straziata, e il tedesco evitò di sparare: gli sferrò solo un forte
colpo col calcio del mitra. Da quel fatto, si rinchiuse in casa terrorizzato per
due settimane. Infine, l'avanzata americana verso Berlino seminò molti morti tra
i soldati tedeschi. I guardiani dei prigionieri nelle campagne si misero in
fuga. La zona fu liberata e Angelo Morini nel settembre 1945 tornò in Italia, in
treno fino a Peschiera ed in pulmino fino ad Asparetto di Verona. Oggi mostra il diploma
del valore della divisione «Acqui», con il sorriso del reduce le cui preghiere
per rimanere in vita sono state ascoltate. In paese ha ritrovato l'amico Antonio
De Guidi, oggi novantenne. Morini non piange, ma quei ricordi sono vivi tanto
che l'angoscia ancor oggi lo fa difficilmente addormentare di notte.
Stefano
Vicentini
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BREVE COMMENTO:
Una frase, soprattutto, colpisce,
del racconto di Morini: essa suona come conferma dell'esistenza dell'ordine di
cedere le armi -ricevuto dal gen. Gandin- e, conseguentemente, come condanna dei
folli e velleitari "ufficiali rivoltosi" che, furbescamente basandosi sulla
superiorità numerica della Acqui, impedirono che il predetto potesse ottemperare
a tale ordine, concorrendo, di conseguenza, a provocare il massacro.
Le
parole di Morini, non lasciano dubbi in proposito:
"Dopo l’8 settembre,
mentre l'ordine fu di cedere le armi ai tedeschi, vari capi militari italiani
scelsero lo scontro sapendo del vantaggio di essere più numerosi sull' isola. Ma
non avevano calcolato che le armi favorivano i nemici e che, dice Morini, «bastò
un solo caccia tedesco per fare una strage»".
GRAZIE SIGNOR MORINI:
VALGONO MILLE VOLTE DI PIU' LE SUE PAROLE DI TANTE RIEVOCAZIONI DEI "PATACCARI"
CHE IMPERVERSANO SULLA TRAGEDIA DI CEFALONIA !
MASSIMO
FILIPPINI
Comitato per Asparetto
Poeti e
scrittori di Asparetto:
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Renato Garzon ora residente ad Angiari
(VR)
-
Lanza Rosa
De’Paoli
-
Rigato
Daniela
-
Felici Marco ora residente a
Ferrara
-
Renato Dè Paoli Lanza in
arte Renè d’Asparè ora residente a Vicenza tel. 0444 541723 WWW.artedepaolironchin.org
-
-
Mario Storari ora residente
a Cerea
Università Condominio Co. Asparetto
Valle del Menago - Centro Studi - Fondazioni